E se Google fa ammenda della enorme mole di dati privati “catturati” e convogliati in migliaia di aziende vuol dire che c’è allarme per il business.

Si è infatti constatato che una considerevole percentuale di persone ha acquisito consapevolezza del fatto di esser continuamente monitorata sul web, “pedinata” e “spiata” continuamente in ogni singolo istante della navigazione e molti cominciano a pensare che i potenziali rischi causati dalla raccolta dei dati superino i possibili benefici.

Nasce anzi è già nata per i giganti della pubblicità digitale l’esigenza di rimodulare l’effettiva privacy delle persone e la tutela della loro identità personale.

La prima cosa da fare è eliminare i c.d. cookie di terze parti che sono lo strumento principe del monitoraggio delle persone e Chrome e Google lo faranno.

In sostanza i big del web, mentre ancora ci sono persone e aziende che faticano a comprendere l’importanza della normativa in tema di sicurezza e protezione dei dati personali, stanno già mettendo in campo meccanismi alternativi al monitoraggio individuale, attraverso sistemi che funzioneranno grazie ad API che preservano la privacy e che appunto impediscono il monitoraggio individuale, pur continuando a fornire risultati efficaci per inserzionisti e publishers.

E’ quali sono i principi guida? Molto semplicemente quelli fondanti il GDPR, ovvero minimizzazione, e anonimizzazione del dato e della sua elaborazione.

Le aziende che non verificano l’adeguatezza dei propri siti e tracciano gli utenti (a volte senza neanche saperlo) sono dunque avvisate: perderanno la fiducia dei clienti se non adegueranno alla privacy la navigazione sui propri siti.