Il semplice lavorare da casa NON è smart working!

In questi giorni di isolamento a casa, il tema dello “Smart Working” è molto dibattuto, molto spesso a sproposito! Torno allora sulla questione.

Anzi, ho deciso di aprire una rubrica, uno speciale, provando a dare il mio contributo per chiarire un po’ le idee a chi volesse capirne di più. Come sempre, cercando informazioni sul web, affidandomi alle opinioni dei professionisti del settore, raccontando di casi reali.

Innanzitutto il semplice lavoro da casa, o telelavoro, o lavoro da remoto NON E’ SMART WORKING!

Definirei lo Smart working una sfida: prima una sfida culturale, poi organizzativa ed infine tecnologica. Ma andiamo con ordine.

La sfida culturale.

Riprendo da una intervista di Andrea Solimene, esperto di smart working, che vi consiglio di leggere:

“Si tratta di un nuovo approccio al nostro modo di lavorare e collaborare basato sugli obiettivi, dando maggiore responsabilizzazione, autonomia e flessibilità …” , 
ed ancora
“Lo Smart Working prescinde da spazio e tempo. Ricordiamoci sempre: il lavoro non è dove vai. E’ ciò che fai.”

Sopravvivere all’home working, intervista ad Andrea Solimene, esperto di Smart Working

Sono quindi indispensabili forti dosi di disciplina, senso di responsabilità e autonomia, applicabili sia ai datori di lavoro che ai lavoratori.

Qui vi pongo la prima domanda: In un mondo del lavoro come il nostro, caratterizzato da un forti dinamiche di controllo, di scarsa fiducia e di controllo costante, pensate di essere pronti ad un cambio totale di paradigma?

La sfida organizzativa.

Mettere insieme e gestire flussi di lavoro, documentali e di informazioni, il confronto sulle azioni non è semplice e non esiste un modello unico valido per tutti. All’interno di un ufficio risulta tutto, inevitabilmente più semplice, per il solo fatto di trovarsi a stretto contatto. Quindi gestire tutto questo, da remoto, con rapidità ed efficacia richiede un metodo da applicare ad un modello ed una verifica costante.

Questa sfida di tipo organizzativo richiede competenze e, quasi sicuramente, dovranno venire dall’esterno della nostra organizzazione.

Qui la seconda domanda: pensate di essere pronti a mettere in discussione tutti i modelli utilizzati fino ad ora ed affidarci ad chi ha le giuste competenze?

La sfida tecnologica.

La terza sfida, quella tecnologica, attiene agli strumenti.

Nella situazione di isolamento forzato abbiamo conosciuto molti strumenti, applicazioni, soluzioni software ed hardware, piattaforme di vario genere e per i più diversi utilizzi.

Ma per lo smart working non si tratta di utilizzare la prima soluzione che ci capita a portata di mano o di cui leggiamo sui social o che ci consiglia l’amico dell’amico. Servono strumenti validi, servono competenze, serve una conoscenza approfondita dei rischi delle minacce a cui bisogna far fronte.

Conclusioni.

Fino ad ora, in molti dei casi che abbiamo conosciuto, si è iniziato dalla coda, cioè dagli strumenti. Se questo ha consentito di mettere una “pezza” all’emergenza determinata da una situazione imprevedibile, ora bisognerà fare sul serio.

La nuova situazione non consentirà approcci di tipo diverso o non corretti e questa scelta determinerà la sopravvivenza di molte aziende.